GBOPERA

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opera magazine
  1. Napoli, Teatro di san Carlo, Autunno Danza 2017 “PULCINELLA” Musica Igor Stravinskj, Mario P. Costa, Peder Mannerfelt Coreografia Francecso Nappa Installazioni Lello Esposito Pulcinella CARLO DE MARTINO Pimpinella CLAUDIA D’ANTONIO Furbo SALVATORE MANZO Capo banda ALESSANDRO STAIANO Soprano LAURA CHERICI Tenore GIULIO PELLIGRA Basso LUIGI DE DONATO Orchestra e Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo Direttore Maurizio Agostini Direttore del Corpo di Ballo Giuseppe Picone Napoli, 19 novembre 2017 Un inedito Pulcinella firmato dal giovane coreografo Francesco Nappa chiude il trittico di appuntamenti con la danza proposto dal Teatro di San Carlo di Napoli, nell’ambito dell’ottava edizione della rassegna Autunno Danza. Due sole recite per la rilettura di un soggetto dagli illustri precedenti, in cui l’autonomia di un’idea pensata ex novo si evince già dall’esordio, in cui Nappa sceglie di inserire la canzone napoletana Era de maggio (Salvatore Di Giacomo – Mario Pasquale Costa), aprendo lo spettacolo con il suo Pulcinella-uomo che condivide la scena con un Pulcinella-fantoccio interpretato dal tenore Giulio Pelligra. Protagonista è la storia di un uomo innamorato che ritrova la sua Pimpinella e lo spunto è offerto proprio dai versi di Di Giacomo (1885), che calano lo spettatore in un contesto tradizionale non troppo lontano, offrendo anche un riferimento implicito alla messa in scena dello storico allestimento di Léonide Massine nel maggio del 1920. Perché Napoli è fatta ancora oggi della sostanza di queste immortali tradizioni canore, simbolo della città nel mondo e nel tempo. L’evoluzione del soggetto è un pretesto per destrutturare un personaggio ricostruendolo in una modernità che non ha rinunciato agli aspetti più primitivi della sua storia, una comunità che veste costumi ipermoderni ma usa un linguaggio coreico che sa far sfoggio della  tecnica e della giusta mimica attingendo, nei momenti caratterizzanti, al repertorio gestuale partenopeo e costruendo quadri di un impressionismo contemporaneo efficace, specie nelle sequenze descrittive che si dipanano attraverso le azioni delle masse. Un folklore descritto con ironia e sapienza, in cui finanche la litania che le donne “di Pulcinella”recitano chiedendo la grazia per il defunto, diventa sapido affresco semovente, in i cui colori sono i movimenti. Altro inserto musicale interessante è Lines describing circles di Peder Mannerfelt, una breve incursione della musica elettronica, a sottolineare la durezza dei bulli di strada che aggrediscono Pulcinella ma sono beffati dalla sua astuzia. Questi tipi di interventi sull’originale sono spesso rischiosi, ma Nappa ha saputo innestare nel momento giusto un segmento di diversità “lontano” da un punto di vista stilistico ma non semantico; una scena che sottolinea quanto il mondo dei bulli (duro, crudo e violento) sia diverso da quello di Pulcinella, che anche quando sbaglia, imbroglia o tenta di farla franca, è pur sempre una figura di positività solare. A fare da scenografia le 140 installazioni di Lello Esposito, scultore e pittore napoletano che lavora sui simboli della città declinandoli nelle forme più diverse. La maschera che Pulcinella non indossa –  in quanto elemento di separazione tra individuo e società – è tuttavia perennemente in scena in evocative sculture, insieme ai corni che mescolano sacro profano e che perforano lo spazio aereo del palcoscenico. Ottima prestazione dei solisti e del Corpo di ballo del Massimo partenopeo, diretto da Giuseppe Picone: Carlo De Martino è un Pulcinella brillante e convincente, forte nelle sezioni tecniche e disinvolto nella pantomina grottesca; Claudia D’Antonio una Pimpinella fresca e aggraziata, precisa e pulita nelle sequenze di movimento, forte e sicura nei momenti di maggiore difficoltà tecnica; Salvatore Manzo un furbo che non nasconde la propria classicità dello stile, mentre Alessandro Staiano è un capobanda ben calato nel ruolo, dagli slanci aggressivi e potenti nella consueta padronanza scenica che lo contraddistingue. Ottima esecuzione da parte dell’orchestra del San Carlo, diretta da Maurizio Agostini, e dei cantanti Laura Cherici (soprano), Giulio Pelligra (tenore) e Luigi De Donato (basso). Prossimo appuntamento con l’immancabile tradizione natalizia de Lo Schiaccianoci, in scena dal 23 al 30 dicembre. (foto Luciano Romano)
  2. Opera tragica in tre atti su libretto di Otakar Hostinský tratto da Friedrich Schiller. Lucia Cervoni (Donna Isabella), Thomas Florio (Don Manuel), Richard Samek (Don César), Noe Damon (Beatrice), Johannes Stermann (Diègo), Martin-Jan Nijhof (Kajetán), Manfred Wulfert (Bohemund), Hale Soner (Paggio). Opernchor des Theaters Magdeburg, Magdeburgische Philharmonie. Kimbo Hishii (Direttore). Registrazione: Teatro di Magdeburgo, marzo 2015. 2 CD CPO 7136657 Ascolta “Zdeněk Antonín Václav Fibich:”La sposa di Messina” atto 2″ su Spreaker. Dopo aver fatto il suo esordio nel teatro musicale con Bukovin (1874) in tre atti su libretto di Karel Sabina, Fibich scrisse due opere per la seconda moglie, il contralto Betty Hanušová, Blaník (1881), tre atti su libretto di Eliška Krásnohorská e Nevešta Messínská (La sposa di Messina) con la quale ottenne la notorietà. Nevešta Messínská è un’opera tragica in tre atti su libretto di Otakar Hostinský, che s’ispirò a Die Braut von Messina di Schiller, tragedia che fu conosciuta in Boemia proprio grazie all’opera di Fibich che, considerata il suo capolavoro e composta tra il 1882- 1883 per il concorso indetto dal Teatro Nazionale di Praga, vinse il 1° premio. Rappresentata il 28 marzo 1884 sotto la direzione di Adolf Čech, l’opera, che fu accolta favorevolmente dal pubblico ma non dalla critica che accusò il compositore di essere troppo wagneriano, troppo tedesco, troppo tetro e troppo tragico, sparì dal cartellone dopo 7 serate per essere ripresa soltanto nella seconda metà del Novecento in seguito alla realizzazione dell’edizione critica delle opere di Fibich. In effetti il carattere forse un po’ tetro dell’opera era dovuto alle gravi sventure familiari che avevano colpito il compositore dalla morte dei due figli e della prima moglie, Růžena, sorella di Betty. Nonostante i gravi lutti alla basa di una scrittura tesa e tragica e la marcata  l’influenza wagneriana notata già dai primi critici, questo lavoro testimonia già la maturità artistica dell’autore, il quale esprime il suo accentuato soggettivismo e intenso lirismo attraverso la massiccia valorizzazione dell’orchestra che, secondo alcuni critici, sembra prevalere sulle voci. È proprio nel tessuto orchestrale che vengono introdotti i Leitmotive di ascendenza wagneriana tra i quali si distinguono quello della fata e quello di Beatrice, già protagonisti nella breve ouverture, e quelli di Isabella presentata nella doppia veste di madre e di regina, mentre dal punto di vista vocale la scrittura di Fibich tende a un declamato che esalta il testo dal momento che non si esprime attraverso forme chiuse prestabilite, ma segue la parola. Come notato dai primi critici, l’orchestra è trattata dal compositore con particolare perizia dal momento che non mancano anche interessanti episodi solistici, come quello di cui è protagonista il primo violino di spalla nella breve ouverture iniziale. La trama molto semplice vede protagonisti i fratelli Don Manuel e Don Cesar, figli dell’attuale Principessa di Messina Donna Isabella; i due sono in lotta fra di loro e vengono convocati dalla madre preoccupata per tale situazione di conflittualità. I due fratelli preparano i loro piani per presentare le loro rispettive fidanzate alla madre, dalla quale vengono informati di avere una sorella:  Beatrice, da loro sconosciuta fino a quel momento e rinchiusa in un lontano monastero dopo che il suo ultimo marito aveva ricevuto in sogno la profezia che lei sarebbe stata causa di morte per i suoi fratelli. Il servo Diego, al quale era stato dato l’incarico di recarsi al monastero per riportare la giovane a casa, ritorna con la triste notizia del suo rapimento. Manuel realizza allora di aver rapito e di amare la sorella smarrita e, a sua volta, Cesar resta sorpreso scoprendo casualmente insieme il fratello e la donna di cui anch’egli è innamorato. In un raptus di gelosia, Ceasr uccide il fratello prima che questi possa spiegargli la verità ma, quando ne viene a conoscenza, si suicida. Di buon livello questa incisione pubblicata dall’etichetta CPO sin dalla concertazione affidata alla bacchetta di Kimbo Ishii il quale riesce a contemperare le esigenze di una partitura dalla scrittura eminentemente sinfonica con quelle delle voci le quali non vengono mai soverchiate, ma sempre accompagnate e sostenute in modo tale da creare una perfetta sintesi. Nella sua concertazione tutto appare ben calibrato dalla scelta dei tempi all’attenzione per le dinamiche. Di buon livello anche il cast vocale a partire dal mezzosoprano Lucia Cervoni che, nella parte di Donna Isabella scritta da Fibich per la seconda moglie, il contralto Betty Hanušová, si mostra particolarmente a suo agio sia sul piano interpretativo che su quello vocale, dal momento che può contare di una voce particolarmente omogenea. Di buon livello anche le performances di Richard Samek, un Don César dalla voce omogenea e dagli acuti svettanti e di Thomas Florio (Don Manuel), bella voce baritonale, che si segnala per un’intonazione e un fraseggio curati. Dotata di una voce abbastanza omogenea in ogni parte del suo registro, Noa Danon (Beatrice) si distingue per un’interpretazione attenta al fraseggio e particolarmente coinvolgente che trova il suo momento migliore nella scena iniziale dell’atto secondo della quale è assoluta protagonista con momenti di intenso lirismo. Vocalmente a suo agio è anche Johannes Stermann (Diégo), che può contare su una bella voce in tutto il suo registro (si sente molto bene il fa diesis basso nella scena quarta dell’atto secondo). Corrette infine le performances di Martin-Jan Nijhof (Kajetán), Manfred Wulfert (Bohemund), Hale Soner (Paggio). Buona la prova dell’orchestra e del coro dell’opera di Magdeburgo    
  3. Napoli, Teatro di San Carlo, Autunno Danza 2017 “AL DI LÀ DI UN SOGNO” “Inizio spettacolo” Musica Fryderik Chopin “Le Consevatoire” Musica  Holger Simon Paulli Coreografia originale  August Bournonville “Händel” Musica Georg Friedrich Händel “Et Folkesagn” Musica Johan Peter Emilious Hartmann e Niels Wilheklm Gade “Bach” Musica Johan Sebastian Bach “La Bayadère” Musica Ludwig Minkus Coreografia originale Marius Petipa “Rapsodia” Musica Sergej Rachmaninov “Il lago dei cigni – secondo atto” Musica  Pëtr Il’ič Čajkovskij Coreografie originali Lev Ivanov e Vladimir Bourmeister “Finale” Musica  Pëtr Il’ič Čajkovskij Direttore della Scuola di ballo Stéphane Fournial Napoli, 14 novembre 2017 L’ottava edizione della rassegna “Autunno Danza” del Teatro di San Carlo, già inaugurata con Il padiglione delle peonie andato in scena l’11 novembre, prosegue con lo spettacolo della Scuola di Ballo diretta da Stéphane Fournial, al secondo anno di lavoro con il vivaio del Massimo partenopeo, e si concluderà con la riscrittura del Pulcinella musicato da Igor Stravinskj da parte del giovane coreografo napoletano Francesco Nappa. L’allestimento proposto per la serata dedicata alla Scuola di Ballo, Al di là di un sogno, era stato annunciato alla stampa come uno spettacolo di forte impatto sul pubblico, per via della nuova e inconsueta consistenza delle masse. E così è stato. La messa in scena è stata organizzata giustapponendo brani di impostazione coreografica e musicale diversi senza soluzione di continuità, in un rapido alternarsi di tutti i corsi, dalla propedeutica al perfezionamento, e gli allievi hanno occupato la scena per un tempo più che giusto, ciascuno secondo il proprio grado, senza che l’attenzione del pubblico risentisse di tempi troppo lunghi. Un’ora e mezza di spettacolo per ben 218 allievi (proiettati a diventare 300 con le prossime audizioni), i quali hanno riempito il palcoscenico come ai tempi delle grandi masse sceniche che, ai tempi dello storico impresario Domenico Barbaja – fra la seconda e la terza decade dell’Ottocento – affollavano il Massimo partenopeo. Questa grandiosità numerica è il fine della nuova gestione della Scuola, chiaramente esplicitato fin dall’insediamento del Direttore Fournial; un fattore che, in tempi come i nostri, appare importante per sostenere dalle fondamenta lo stesso Corpo di Ballo. Una realtà che si presterebbe a diversi tipi di analisi, a seconda delle scuole di pensiero in merito, ma che si configura come un innegabile sostegno al settore danza del Teatro. La gestione di un numero così cospicuo di allievi  negli spazi tradizionalmente offerti per lo studio e il lavoro coreutico è la sfida più complessa per un tipo di formazione che deve mirare al particolare, nella panoramica di un corredo di insegnamenti che si focalizzano sulla tradizione, in cui le materie complementari alla tecnica classica sono il solfeggio, la storia della danza, la danza di carattere, il repertorio e il passo a due, con aggiunta del canto (le cui lezioni sono pianificate in collaborazione con il Coro di voci bianche diretto da Stefania Rinaldi) e l’insegnamento della mimica, un segmento che entra nella formazione della scuola sancarliana fin dalla fondazione, quando era affidata ai maestri stessi che, in qualità di danzatori e pantomimi dei Reali Teatri, ricoprivano ruoli specializzati, per poi diventare insegnamento autonomo nel 1825, su richiesta del grande Gaetano Gioia. Ricordiamo, in merito, che fino alla fine di maggio 2018 presso l’Archivio di Stato di Napoli sarà possibile visitare la mostra documentaria dedicata alle Reali Scuole del Teatro di San Carlo nell’Ottocento, arricchita da costumi e accessori concessi dalla sartoria del Teatro (a questo link le info). Ma torniamo ai giorni nostri: la serata si è aperta con un rapido e astratto schizzo coreografico sullo Studio op. 10 n. 1 in do maggiore di Fryderik Chopin, che ha inaugurato lo spettacolo con fluidità e raffinatezza; a seguire, un estratto da Le Consevatoire su musica di Holger Simon Paulli, con un adattamento della coreografia originale di August Bournonville; l’Andante espressivo dalla Suite n. 1 in fa maggiore di G. Friedrich Händel ed Et Folkesagn su musica di J. Peter Emilious Hartmann e Niels Wilheklm Gade; poi ancora una proposta coreografica sul Concerto in re minore per due violini di Johan Sebastian Bach ed estratti di repertorio da La Bayadère di Ludwig Minkus, dalla coreografia originale di Marius Petipa; il primo quadro della serata si è concluso sulle note della Rapsodia su un tema di Paganini per pianoforte e orchestra op. 43  di Sergej Rachmaninov. La seconda parte ha visto in scena la ripresa del II atto de Il lago dei cigni, già elaborato per lo scorso spettacolo di fine anno, sulle coreografie di Lev Ivanov e Vladimir Bourmeister, in cui il ruolo di Odette è stato affidato a una giovanissima allieva appena quindicenne, Marialia Brunone, “catapultata” in uno dei ruoli più difficili del repertorio classico dimostrando un ottimo potenziale tecnico e stilistico e una gestione molto matura della scena, per la sua età. Nel ruolo del principe Siegfried, ancora una volta Raffaele Vasto, allievo dell’VIII corso: sia pure non dotato di doti tecniche particolarmente evidenti, possiede una interessante presenza scenica e una naturale disinvoltura che, abbinate alla sicurezza nel Pas de deux e nella gestione del movimento, gli conferiscono un’aura professionale che lo distingue dalla massa. Gli elementi maschili, tra l’altro, non sembrano appartenere ad annate particolarmente brillanti, com’è sempre stato nella tradizione sancarliana da due secoli a questa parte. Gli elementi femminili, numerosissimi e provenienti da ogni parte della penisola, saranno sottoposti senza ombra di dubbio a scremature ulteriori che verranno rimpiazzate da nuove selezioni, nella finalità dichiarata di incrementare la quantità ma anche la qualità dei diplomati. Conclusione intensa sulle note della Suite n. 3 in sol maggiore, op. 55 di Pëtr Il’ič Čajkovskij (polacca). Il corpo docenti è costituito da: Rossella Lo Sapio, Soimita Lupu, Alberto Montesso, Pia Russo per la danza classica; Elisabetta Testa per la Storia della danza. Secondo appuntamento con la Scuola di Ballo il 20 novembre, per applaudire le promesse di domani Al di là di un sogno. (foto Francesco Squeglia)
  4. La nostra intervista a Adua Veroni Pavarotti
  5. Reggio Emilia, Teatro Ariosto, Festival Aperto – Dispositivi meravigliosi 2017 “BESTIE DI SCENA” Ideazione e direzione di Emma Dante Luci Cristian Zucaro Assistente di produzione Daniela Gusmano Interpreti Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Viola Carinci, Italia Carroccio, Davide Celona, Sabino Civilleri, Alessandra Fazzino, Roberto Galbo, Carmine Maringola, Ivano Picciallo, Leonarda Saffi, Daniele Savarino, Stephanie Taillandier, Emilia Verginelli e con Daniela Macaluso e Gabriele Gugliara Elementi scenici Emma Dante Reggio Emilia, 12 novembre 2017 Dodici “animule vagule blandule” prendono la scena (Crivelli e Verginelli sono infortunati) e si aggiudicano l’interesse non appena sentono gli sguardi su di loro, taciuti i nostri discorsi a luci in sala ancora accese. Corrono smarrite lungo traiettorie che si intersecano, ognuna per conto proprio, finché soavemente sudate si liberano di tutti i loro indumenti, che finiscono ai nostri piedi. Solo alla fine si capisce che per tutto il tempo avevano lottato per emanciparsi dalla condizione di personaggi vessati da un autore che li aveva costretti a recitare una parte che evidentemente a loro non interessava. Emma Dante offre un’eccellente prova di teatro danza, molto accurato nei particolari (nei colori e nelle luci, soprattutto), con coreografie solo accennate e intellegibili, sapientemente equilibrate nell’economia generale. “Bestie di scena”, esteticamente attraente, mentre avrebbe potuto disturbare la costante nudità integrale degli interpreti, racconta la rinuncia alla finzione scenica degli attori dopo aver combattuto insidie e tentazioni continue. La regia capita loro addosso e non li molla un attimo: devono obbedire a ogni sollecitazione, devono mangiare, bere e dare spettacolo come fiere domate nel mezzo di un circo. Se sporcano allora ripuliscono, se si azzuffano allora si riappacificano. Poi vengono addirittura fatte giocare nel tentativo di sciogliere le loro tensioni, allo scopo d’intrattenere il pubblico, in coreografie collettive in cui esibiscono la propria specialità: c’è lo spadaccino, la ballerina sulle punte o la coppia d’innamorati sulle note di Only You dei Platters. Della poetica di Emma Dante piace proprio questo retrogusto un po’ ironico e sarcastico, diciamo pure sadico, davvero congeniale in questo spettacolo della durata di poco più di un’ora. Non c’è un momento in cui ci sia calo di attenzione, perché sul palco è tutto un divenire, una scena dietro l’altra, mai banale, né scontata. Ci si chiede insomma che accadrà mai adesso a questi poveri cristi ignudi, a questo clan di primitivi solidali tra loro ma pur sempre vittime di un unico demiurgo che li comanda e li fa rientrare nei ranghi non appena cercano di distinguersi l’uno sull’altro allo scopo di diventare il capobranco. Alla fine però queste “Pallidule, rigide, nudule”, povere anime dannate, sebbene vangano gettati loro addosso gli indumenti per coprirsi e tornare civili, decidono all’unisono di rimanere nude, senza far cenno di volersi coprire più i genitali e gli occhi per la vergogna, nel mentre su di loro rimangono i nostri sguardi ammirati per tanta temeraria sfrontatezza.